Mare Calmo

Cibo e riti funerari nelle prime comunità cristiane del Sinis: il rito del “refrigerium”

Conoscete il particolare rito cristiano del refrigerium? Con questo speciale ed ultimo articolo della serie dedicata all’archeologia del Sinis, scopriremo insieme il significato di questo rituale funerario, di origine pagana e poi ripreso dalle prime comunità cristiane. Per quanto riguarda il Sinis, sembra che questa pratica sia stata attestata presso il cimitero rinvenuto al di sotto della chiesa bizantina di San Giovanni di Sinis, nel Comune di Cabras. Ciò è forse testimoniato da una lastra marmorea con inscritto il nome del defunto: “Karissimus”.

Breve descrizione della chiesa bizantina di San Giovanni di Sinis

La chiesa di San Giovanni di Sinis si localizza nell’omonima penisola. L’edificio fu costruito al di sopra di un’area interessata da una necropoli che ha restituito una lunghissima continuità di vita: dal periodo fenicio (VII secolo a.C.) sino al periodo altomedievale (VI secolo d.C.). La struttura presenta un impianto abbastanza semplice, a croce greca.

Veduta esterna della chiesa di San Giovanni di Sinis (fonte: Tharros Sardegna)
  1. Un’abside semicircolare orientata ad est;
  2. Un’aula rettangolare suddivisa in tre navate voltate a botte;
  3. Un transetto voltato a botte;
  4. Uno spazio centrale quadrato cupolato, dato dall’intersezione della navata centrale con il transetto.

 

Pianta della chiesa di San Giovanni di Sinis (fonte: Tharros Sardegna)

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La parte centrale dell’edificio, caratterizzato dalla cupola e riferito ad un’originario impianto a croce greca inscritta in un quadrato, fu costruita in età bizantina, forse nella metà del VI secolo d.C.

Navata centrale della chiesa di San Giovanni di Sinis (fonte: Sardegna Digital Library)

Più tardi, tra il IX-XI secolo d.C., la chiesa subì dei rifacimenti che comportarono delle aggiunte tra cui l’abside, le navate laterali, l’apertura delle bifore.

La chiesa più antica e le tombe annesse

Nel 1991 l’area della chiesa di San Giovanni di Sinis fu interessata da indagini archeologiche volute dalla Soprintendenza per i Beni Archeologiche di Cagliari e Oristano, dirette da Donatella Mureddu e Maria Girolama Messina, coadiuvate in loco da Antonio Vacca. Le ricerche riportarono alla luce alcune strutture murarie localizzate nell’area a sud della chiesa bizantina e al di sotto della stessa. Questi furono riferiti ad un precedente edificio ecclesiastico, di cui è difficile ricostruire la planimetria, ma che probabilmente era dotato di un’unica aula rettangolare con un’abside rivolta ad est. I resti di quest’ultima e parte dell’edificio sono ancora oggi visibili lungo il muro meridionale esterno della chiesa odierna. Da quanto è stato possibile verificare, sembra che la struttura avesse subito in antico una fase di abbandono, in cui fu vittima di spoliazione, per poi essere abbattuta per costruire la chiesa soprastante.

L’edificio ecclesiastico più antico era poi associato ad alcune tombe a sarcofago, localizzate nell’area in cui oggi poggia il muro della chiesa attuale. Purtroppo le tombe erano violate, prive di copertura e ciò rende complicata una loro datazione precisa. Sulla base di un confronto con gli edifici cristiani rinvenuti all’interno della città di Tharros, gli studiosi hanno ipotizzato che la chiesa più antica possa essere stata edificata nel corso del V secolo o al massimo agli inizi del VI secolo d.C.

L’area funearia e l’epigrafe di Karissimus 

Come già ricordato prima, la chiesa di San Giovanni di Sinis insiste su un’area funeraria frequentata per secoli. Qui trovarono sepoltura fenici, punici, romani e bizantini. Ognuno con i propri riti e usanze. Tra questi ci furono sicuramente i primi cristiani, che ribellandosi alle famiglie pagane, abbracciarono la nuova fede sempre più presente in tutto il Mediterraneo. Stiamo parlando di un periodo che per quanto riguarda il Sinis è di difficile datazione, perché ci sono esigue testimonianze archeologiche. Tuttavia, è possibile che questa fede si diffuse maggiormente in questa zona della Sardegna tra il IV-V secolo a.C.

A questo periodo risalgono alcune semplici tombe, oggi non più visibili, del tipo a fossa terragna e a “cappuccina” (tombe a fossa coperte da tegole disposte a doppio spiovente).

Ricostruzione di due tombe a cappuccina presso la necropoli di Is Pirixeddus a San’Antioco (fonte: Sardegna Virtual Archaeology)

Secondo gli scritti ottocenteschi, in queste tombe furono trovati vari oggetti con simboli cristiani e gioielli. Tra questi, forse si possono considerare, a detta di Pier Giorgio Spanu alcuni manufatti conservati al British Museum, come due orecchini del tipo a “globo mammellato”.

Esempio di orecchini del tipo a “globo mammellato” in oro esposti al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari (fonte: Museo Archeologico Nazionale di Cagliari)

Da quest’area funeraria, è possibile che provenisse anche un’ampollina di San Mena. Realizzata in ceramica, questa reca su una faccia la rappresentazione del santo di origine egiziana, affiancato da due cammelli, come indicato dal racconto del martirio. Questo tipo di ampolle erano utili per raccogliere al loro interno le acque sante o la terra, che venivano prelevate dai pellegrini nei santuari. In questo caso, il defunto sepolto a San Giovanni di Sinis voleva ricordare il suo viaggio di pellegrinaggio proprio nel santuario di Abu Mena, appunto San Mena, in Egitto.

Esempio di ampolla di San Mena (fonte: Vatican News)

Tra i materiali rinvenuti, si ricordano anche alcune epigrafi tra cui quella di Karissimus, datata tra il IV-V secolo d.C. L’iscrizione in caratteri latini è incisa su un supporto in marmo di forma circolare. L’epitaffio si apre con l’invocazione agli dei mani, ossia gli dei inferi di origine pagana. Dalla lettura del testo, si evince che il manufatto era stato dedicato al defunto Karissimus, dalla moglie Clementia a sue spese. L’uomo si era distinto in vita per le sue molte virtù ed in particolare per aver fatto del bene ai poveri, nel nome di Cristo.

Lastra marmorea con epitaffio di Karissimus (fonte: Corda 2007, fig. 1.4, p. 55)

Il manufatto ha conservate alcune decorazione dalla forte connotazione simbolica. Si riconoscono:

  1. Alcuni cristogrammi, ossia l’abbreviazione del nome di Gesù in lettere greche;
  2. Due palme, simbolo di vittoria;
  3. Un cavallo in corsa bardato e con cristogramma nella parte posteriore. Il cavallo è un animale che simbolicamente corre per raggiungere una meta. In chiave cristiana, potrebbe rappresentare il fedele che come un cavallo corre per raggiungere la meta desiderata, ossia la vita eterna. Similmente  all’animale, anche il cristiano, lungo il suo cammino, deve saltare degli ostacoli, ossia il peccato, che supera attraverso il credo e le buone azioni.

La forma inconsueta del supporto marmoreo, secondo gli archeologi, non lo rendeva adatto alla chiusura del sepolcro. Per tanto, si è ipotizzato che avesse avuto la funzione di mensa su cui disporre gli oggetti e i cibi per il banchetto funebre insieme al defunto, il refrigerium.

Il rito del refrigerium

L’usanza di dare da mangiare al defunto e banchettare idealmente insieme a lui ha origini antichissime. Come abbiamo visto, anche nei precedenti articoli, già i Fenici di Tharros erano dediti offrire dei cibi ai loro morti. Questa è una tradizione diffusa in tutto il mediterraneo e che appartiene alla cultura di vari popoli e civiltà. Nel mondo greco e romano, per esempio, si pensava che il defunto, una volta raggiunto l’aldilà, sentisse le stesse esigenze di quando era in vita. Perciò aveva bisogno di continuare a cibarsi e bere. Molte sepolture infatti, in corrispondenza della testa del defunto, hanno restituito dei fori dove i parenti introducevano bevande e cibi. E loro stessi li consumavano all’esterno della tomba, sedendosi su banconi di pietra (detti klinai) per banchettare idealmente insieme al loro caro scomparso. Essi per mangiare le pietanze si servivano di piatti e vasi in ceramica, che poi, una volta terminato il pasto, venivano intenzionalmente e ritualmente rotti sulla tomba del defunto, perché oramai erano divenuti sacri.

Questo rito, è ben documentato in varie necropoli greche e romane e perdurò anche nelle prime comunità cristiane, che ovviamente lo interpretarono secondo le chiavi della loro fede.

Scena di banchetto nella catacomba dei SS. Marcellino e Pietro sulla via Labicana-Roma (fonte: Bisconti 2019, fig. 1a, p. 76)

Infatti all’interno della società cristiana, il pasto veniva celebrato dai parenti e amici del defunto, sia in occasione della sua inumazione nella tomba; sia in ricorrenza del suo dies natalis, cioè il giorno della sua morte fisica e dalla sua rinascita alla Vera Vita, ossia la vita eterna. Secondo le testimonianze archeologiche, i parenti cucinavano le pietanze direttamente nei pressi delle tombe e li consumavano in vasi fittili e vitrei. Il banchetto avveniva in gruppo. A differenza del rituale pagano, quello cristiano diventava un’occasione di beneficenza per aiutare i poveri e gli indigenti della comunità. In questa maniera, si celebrava il proprio defunto aiutando i bisognosi. Simbolicamente, il convivio era la prefigurazione del refrigerium, ossia del pasto celeste dove ogni cristiano retto parteciperà nel Regno dei Cieli.

Il rito del refrigerium, grazie alle indagini archeologiche e ai racconti degli autori antichi, è stato documentato in varie località come l’Africa settentrionale, la Gallia, alcune regioni costiere dell’Italia e soprattutto nelle isole mediterranee: Baleari, Sicilia e Sardegna. Per quanto riguarda il caso sardo, questo è stato individuato in alcune aree funerarie di Cagliari, Porto Torres, Villaspeciosa, Sant’Imbenia, Olbia, Sorso, ma il sito più importante è sicuramente quello di Cornus, in territorio di Cuglieri. I cimiteri di Cornus hanno restituito ben cinque mense in pietra, con intorno numerosi frammenti di vasi.

Ricostruzione della tombe a sarcofago 20 e 21 con mensa rettangolare presso il cimitero di Cornus (fonte: Giuntella 1999)

Questo particolare banchetto testimonia che la religione cristiana si diffuse in un mondo che era fortemente pagano, appunto quello romano. Per questo motivo, i primi cristiani ereditarono molte usanze romane e le reinterpretarono secondo i canoni della loro fede.

Per approfondire:

BISCONTI FABRIZIO 2019, Banchetti cristiani della Tarda Antichità: i riti e le immagini, in R. Padovano (a cura di), Il cibo e le sue rappresentazioni (secoli V-XVIII a.C.). Un viaggio nella Valle del Sacco, Padova 2019, pp. 71-82.

CORDA ANTONIO MARIA 2007, Breve introduzione allo studio delle antichità cristiane della Sardegna, Ortacesus 2007.

GIUNTELLA ANNA MARIA 1999, Cornus I, I. L’area cimiteriale orientale. I materiali. (=Mediterraneo tardoantico e medievale. Scavi e ricerche, 13, 1), Oristano 1999.

MARTORELLI ROSSANA 2010, Tharros, San Giovanni e le origini del cristianesimo nel Sinis, Ghilarza 2010.

Sito dell’area archeologica di Tharros: Chiesa di San Giovanni

Sito Sardegna Virtual Archaeology: Schede di dettaglio, il refrigerium 

Sito Sardegna Virtual Archaeology: Schede di dettaglio, tombe alla cappuccina 

Sito Sardegna Virtual Archaeology: Schede di dettaglio, area cimiteriale di Columbaris 

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